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7.00

Recensione BLACKSHARD per PC

Addentriamoci in un mondo fatto di geometrie e non solo. Seguiteci nella recensione di BLACKSHARD per PC

Un mondo aldilà

Se amate le esperienze che sfidano i canoni convenzionali dell'industria videoludica e preferite la contemplazione del vuoto all'azione frenetica, vi sarete sicuramente imbattuti in progetti visionari come NaissanceE, Manifold Garden o le architetture impossibili ispirate alle megastrutture del manga BLAME!. Oggi noi invece siamo qui per raccontarvi di BLACKSHARD, titolo sviluppato dai ragazzi di Redlock Studio che ci hanno dato l'opportunità di recensire il loro titolo. Quando un team indipendente decide di allontanarsi dai generi consolidati per creare un viaggio che vive quasi esclusivamente di suggestioni sensoriali, spaesamento e silenzi, il rischio di dividere la community è sempre dietro l'angolo. Siamo di fronte a un'opera che rifiuta categoricamente di prendere per mano chi si siede davanti allo schermo, puntando su una progressione cerebrale che chiede pazienza, curiosità e una certa predisposizione all'abbandono dentro spazi astratti e titanici. Con queste premesse ci siamo avventurati nelle profondità del Labirinto per scoprire cosa si celi dietro ogni corridoio monolitico, e vi invitiamo a mettervi comodi mentre leggete la nostra recensione di BLACKSHARD per PC.
 

 

La trama di BLACKSHARD

L'incipit del viaggio di BLACKSHARD ci proietta brutalmente all'interno di una dimensione sospesa fuori dal tempo e dallo spazio conosciuto, lasciandoci nei panni di una figura silenziosa e priva di identità manifesta, catapultata nelle viscere del Labirinto. Non viene fornito alcun preambolo esplicativo, nessun filmato introduttivo cinematografico provvede a delineare i confini del mondo o a motivare la nostra presenza tra quelle pareti monumentali. Ci si ritrova immediatamente soli, avvolti da una quiete spettrale che viene interrotta soltanto dai nostri passi cadenzati e dal riverbero di una costruzione che sembra estendersi all'infinito in ogni direzione. Questa impostazione narrativa minimale sceglie deliberatamente di eliminare qualsiasi intermediario tra il giocatore e la scenografia, facendo coincidere la comprensione della trama con la progressiva presa di coscienza degli spazi fisici attraversati. L'universo di gioco affonda le proprie radici nello stesso impianto cosmico ed esoterico già abbozzato nella precedente fatica della casa di sviluppo, configurandosi come una sua diramazione intima, filosofica e volutamente rarefatta.
   

  
Proseguendo nell'esplorazione, la fabula rifiuta ostinatamente la linearità convenzionale, preferendo affidarsi a frammenti sparsi, monologhi sibillini, citazioni astratte e incontri sporadici con bizzarre figure senzienti che popolano gli anfratti più reconditi della megastruttura. Il Labirinto custodisce memorie di un'epoca remota, tracce di entità divine o semi-umane andate incontro a una decadenza ineluttabile, mentre le poche indicazioni fornite durante le schermate e i passaggi di transizione fungono da tessere di un puzzle concettuale che spetta interamente a noi comporre. Il rapporto con queste misteriose presenze, caratterizzate da sguardi penetranti e da un linguaggio solenne ed ermetico, arricchisce la percezione di trovarsi al cospetto di un dramma universale che ha già consumato ogni sua speranza, lasciando dietro di sé soltanto l'eco di una saggezza antica e inaccessibile.
La tensione narrativa cresce proprio in virtù di questo vuoto semantico, spingendo la nostra immaginazione a colmare le voragini lasciate dalle mancate spiegazioni razionali.
  
Il percorso verso la conclusione non si riduce a un traguardo univoco, poiché le nostre azioni, il grado di approfondimento delle aree segrete e le interazioni scelte plasmano l'epilogo, conducendo a differenti finali che ricompensano i giocatori più attenti e scrupolosi. Ogni conclusione dischiude una differente prospettiva morale ed esistenziale sull'intero pellegrinaggio, confermando come la vera storia non sia tanto quella inscritta negli eventi oggettivi, quanto quella interiore maturata durante l'attraversamento di una simile cattedrale del silenzio. Segnaliamo che l'opera non include la localizzazione in lingua italiana nei testi e nell'interfaccia, risultando fruibile unicamente in lingua inglese e francese, un fattore da tenere a mente data la complessa natura lessicale e filosofica delle frasi disseminate lungo il cammino.
 

 

Il gameplay di BLACKSHARD

Sul piano strettamente interattivo, BLACKSHARD si configura come un'esperienza di esplorazione in prima persona pura, riconducibile alla tradizione dei walking simulator ambientali con una marcata enfasi sulla navigazione spaziale e sulla risoluzione di enigmi architettonici. Non ci sono armi con cui difendersi, né abilità speciali da sbloccare tramite alberi dei talenti o indicatori dell'interfaccia a guidare il nostro cammino verso il prossimo obiettivo. Il nostro unico equipaggiamento è rappresentato dalla vista, dall'udito e dalla capacità di memorizzare le coordinate visive all'interno di sale ciclopiche prive di mappe o bussole. Il movimento si articola attorno a una camminata regolare, uno scatto utile per coprire le distanze più considerevoli e un salto che richiede attenzione per superare dislivelli e pedane sospese sull'abisso. L'assenza di elementi ostili convenzionali sposta l'intera sfida sul superamento del senso di smarrimento generato dalla vastità della costruzione, trasformando l'atto stesso del camminare in una forma di meditazione e di costante decifrazione del territorio circostante. 
 

Il Labirinto sa essere crudele con chi cerca certezze immediate, ma sa ricompensare chi impara ad ascoltare il silenzio delle sue pietre.

  
L'interazione con l'ambiente poggia principalmente sull'attivazione di meccanismi monolitici, leve geometriche, interruttori e manufatti luminosi che modificano la morfologia delle stanze, aprendo portali o riconfigurando passaggi precedentemente preclusi. I rompicapo non seguono quasi mai una grammatica convenzionale, richiedendo piuttosto di analizzare le proporzioni, le linee di fuga e la specularità delle architetture per individuare la via di fuga o la corretta sequenza di attivazione. In diverse circostanze ci siamo ritrovati a vagare per decine di minuti all'interno della medesima sala prima di cogliere il minuscolo dettaglio scultoreo che suggeriva la soluzione, restituendo una gratificazione sincera a ogni varco dischiuso. Si avverte una certa rigidità nella gestione della fisica, che mostra il fianco a qualche imprecisione quando ci si avventura su superfici leggermente inclinate o quando occorre calibrare con precisione millimetrica l'atterraggio dopo un salto nel vuoto, portando a cadute repentine che costringono a risalire faticosamente la china.
   
La scansione del ritmo ludico rimane ancorata a una lentezza calcolata, che non concede spazio a repentine accelerazioni o a picchi di adrenalina, rimanendo fedele alla propria anima contemplativa per tutta la durata dell'avventura. Il level design si sviluppa sia in orizzontale che in verticale, proponendo scenari claustrofobici che improvvisamente si aprono su atri talmente vasti da far scomparire il soffitto tra le nubi e l'oscurità. Chi cerca un gameplay variegato e scandito da molteplici sistemi di gioco potrebbe trovare ripetitiva questa costante alternanza tra deambulazione, osservazione e manipolazione di interruttori. Coloro che invece prediligono le esperienze sensoriali d'atmosfera rimarranno affascinati dalla purezza con cui ogni elemento meccanico viene ridotto all'essenziale per non distrarre il giocatore dal dialogo silenzioso con la pietra e con il vuoto circostante.
 

 

L'arte e la tecnica di BLACKSHARD

La direzione artistica di BLACKSHARD rappresenta senza ombra di dubbio la colonna portante dell'intera produzione, forte di un impatto visivo che attinge a piene mani dal brutalismo architettonico, dal minimalismo cromatico e dal surrealismo metafisico. Le sale del Labirinto si stagliano a schermo come monumentali sculture d'ardesia, basalto e marmo scuro, dove colossali statue acefale, scalinate vertiginose e pilastri titanici dominano la scena sfidando costantemente le proporzioni e la scala umana. L'accostamento cromatico, basato prevalentemente sul contrasto netto tra neri profondi, sfumature di grigio e bianchi abbaglianti, conferisce all'insieme un'estetica severa e maestosa. La composizione delle inquadrature è studiata con cura certosina, offrendo in qualsiasi direzione si volga lo sguardo veri e propri dipinti digitali carichi di una solennità quasi sacrale, capace di trasmettere un genuino senso di piccolezza di fronte all'immensità della materia inanimata.
 
Il comparto puramente tecnico mostra una certa fragilità, rivelando le asperità di un'ottimizzazione che avrebbe giovato di una fase di rifinitura supplementare sul motore grafico. Nonostante la straordinaria suggestione offerta dagli scorci e da un sistema di illuminazione volumetrica ben implementato, si registrano cali vistosi nel frame rate nelle sale più estese o in presenza di complessi giochi di riflessi geometrici. Non mancano sporadici artefatti grafici, compenetrazioni poligonali poco eleganti con i bordi delle piattaforme e, in alcune circostanze più critiche, chiusure inaspettate dell'applicazione durante l'attivazione di determinati interruttori ambientali. Queste imperfezioni spezzano di tanto in tanto la magia dell'esplorazione, costringendo a ricaricare l'ultimo punto di salvataggio per riprendere il cammino interrotto, ricordandoci la natura pur sempre indipendente e a basso budget dell'opera.
 
Il paesaggio sonoro, dal canto suo, lavora in perfetta simbiosi con l'apparato scultoreo, rinunciando a melodie tradizionali in favore di un sound design austero e profondamente avvolgente. I suoni ambientali si compongono di bordoni sintetici oscuri, risonanze metalliche a bassa frequenza e riverberi spaziali che imitano con impressionante fedeltà l'acustica di immensi spazi cavernosi e disabitati. Il rumore dei passi sulla pietra muta di consistenza e timbro a seconda della pavimentazione, mentre il lontano gemito delle strutture metalliche in movimento amplifica costantemente la percezione di trovarsi all'interno di un organismo vivo e millenario (a patto di perdonare qualche saltuario scoppiettio nell'audio di sistema durante le transizioni più pesanti, ndr.). L'assenza di un vero e proprio doppiaggio convenzionale lascia spazio a sibili e sussurri indecifrabili che accompagnano gli incontri con le presenze del Labirinto, completando un quadro acustico di notevole spessore evocativo che fa della sottrazione e della risonanza il proprio punto di forza assoluto.
 

 

BLACKSHARD

Tirando le somme di questo denso percorso di riflessione, possiamo considerare BLACKSHARD come un'esperienza dichiaratamente elitaria, un'opera scarna e severa pensata per chi concepisce il videogioco prima di tutto come esplorazione interiore, fascinazione geometrica e vertigine metafisica. Chi cerca ritmi incalzanti, ricompense continue o meccaniche rifinite all'eccesso si troverà rapidamente spiazzato dinanzi a un titolo che non fa nulla per compiacere l'utente medio, mostrando anzi sul piano tecnico spigolosità evidenti che richiedono una buona dose di tolleranza. Chi possiede invece la pazienza di accordarsi alle frequenze solenni del Labirinto, accettando la propria insignificanza di fronte all'immensità monolitica e decifrandone i silenzi a piccoli passi, scoprirà un viaggio sensoriale magnetico e capace di imprimersi nella memoria visiva ben oltre la comparsa dei titoli di coda.

7.00

Trama 7.50

Gameplay 6.50

Arte e tecnica 7.50

Pro:

visione artistica imponente

ricco di segreti e suggestioni

Contro:

ottimizzazione tecnica zoppicante

sistema di movimento rigido e impreciso

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