Una San Francisco degli anni '70
Ci sono giochi che si fanno notare con il budget, con la spettacolarità o con la forza del nome che portano sul mercato, e poi ci sono produzioni come
Yerba Buena, che provano a ritagliarsi uno spazio tutto loro facendo leva su un’idea precisa, su una forte personalità e su quel gusto un po’ strano, un po’ affascinante, che spesso accompagna le opere più particolari. Noi ci siamo avvicinati al titolo di
Mad About Pandas con la curiosità che si riserva ai progetti capaci di promettere qualcosa di diverso dal solito: un’avventura tra puzzle e platforming in prima persona, una San Francisco anni Settanta filtrata da una sensibilità surreale, e soprattutto una protagonista che si muove dentro un mondo che sembra vivo, ma anche storto, artificiale, quasi in costante dialogo con la natura stessa del videogioco.
Yerba Buena non cerca scorciatoie, non punta a imitare in modo passivo i grandi nomi del genere, e fin dai primi minuti lascia intravedere la volontà di costruire un’esperienza riconoscibile, sospesa tra intuizioni brillanti e qualche inevitabile spigolo. Seguici nella nostra
recensione di Yerba Buena per PC (giocato su Steam Deck).
La trama di Yerba Buena
La
trama di Yerba Buena parte da premesse che, sulla carta, sembrano semplici, ma trovano subito una piega più insolita.
Barb vive nella
San Francisco del 1976, una versione del tutto particolare della città, sospesa tra suggestione storica, crisi urbana e un livello di straniamento crescente dovuto ai glitch che alterano oggetti e spazi. Il rapimento dell’amico Russell da parte di un biker, seguito al ritrovamento della valigetta che custodisce l’
Oscillatore, è il motore che accende l’avventura e trasforma una protagonista inizialmente quasi passiva nella figura chiamata a reagire, a muoversi e infine a ridiscutere il proprio ruolo nel mondo.
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Acconsento, mostra il video
L’aspetto più interessante del racconto è il suo
carattere meta-narrativo.
Yerba Buena non usa il “mondo dentro il videogioco” come semplice trovata estetica, ma come chiave interpretativa per spiegare i glitch, per giustificare la natura anomala degli eventi e per accompagnare l’emancipazione di Barb, che da PNG senza uno scopo definito diventa gradualmente il centro di una storia che non sembrava destinata a lei. Questa è un’idea che funziona perché dialoga bene con il tema dell’identità: la protagonista non sta soltanto fermando una minaccia esterna, sta anche uscendo da una condizione di marginalità programmata, quasi scritta da qualcun altro, per appropriarsi del proprio spazio narrativo.
Il gioco inserisce inoltre una
tensione civile e urbana che aiuta a dare un minimo di spessore in più all’ambientazione.
I Giardini di Yerba Buena risultano minacciati da una bonifica nel pieno del boom economico e dell’industrializzazione, mentre la città è attraversata da criminalità, biker gang e trasformazioni aggressive del tessuto urbano. Non siamo davanti a una scrittura che punti a una stratificazione enorme o a dialoghi memorabili in senso assoluto, ma il contesto ha personalità e offre un terreno credibile per un’avventura che vuole tenere insieme la piccola dimensione personale di Barb e una minaccia più ampia che investe l’intera città.
Il gameplay di Yerba Buena
Il
gameplay è naturalmente il centro nevralgico della recensione, perché Yerba Buena si gioca quasi tutto sulla qualità della sua intuizione ludica. L’Oscillatore è lo strumento che definisce l’intera esperienza: permette di copiare proprietà fisiche o di movimento da alcuni oggetti e trasferirle su elementi glitchati dello scenario, aprendo così la strada a una manipolazione ambientale che, almeno sul piano concettuale, è davvero brillante. Possiamo prendere il rimbalzo di un trampolino e assegnarlo a una superficie qualunque, possiamo applicare il movimento di un’auto a un edificio, possiamo far sparire muri solidi o alterare la funzione stessa di ciò che ci circonda.
Yerba Buena mostra il suo volto più interessante quando smette di limitarsi a suggerire buone idee e comincia davvero a intrecciare narrazione, spazio e meccaniche, si intravede con chiarezza il potenziale di un gioco che ha più personalità di molti prodotti ben più rumorosi.
È una meccanica che colpisce perché non si limita a proporre la classica interazione “chiave-serratura”, dove ogni potere ha un uso rigidamente previsto. Gli
enigmi possono avere più di una soluzione e che il gioco invita almeno in parte alla sperimentazione, permettendo anche di accumulare più comportamenti su certi oggetti e di modificare il mondo in modi che risultano creativi e spesso sorprendenti. Quando
Yerba Buena funziona davvero, dobbiamo immaginare un puzzle platform che ci spinge a pensare per relazioni, per proprietà, per possibilità emergenti, e questa è un’ambizione che merita rispetto.
L’altra buona idea è la progressione graduale delle abilità. I poteri dell’Oscillatore non arrivano tutti subito, ma si sbloccano nel corso dell’avventura, mantenendo viva la sensazione che il sistema si stia espandendo e che le combinazioni possibili diventino via via più ricche. A questo si aggiunge un radar che evidenzia gli oggetti rilevanti, distinguendo quelli da cui prelevare un effetto e quelli glitchati che possono riceverlo, una soluzione utile per limitare la dispersione visiva e per rendere la lettura degli spazi un po’ più chiara.
L'arte e la tecnica di Yerba Buena
Sul
fronte artistico,
Yerba Buena sembra aver trovato una direzione molto più coerente di quanto non accada sempre sul piano strettamente meccanico. La grafica è colorata, dotata di uno stile piacevole e di un colpo d’occhio che richiama in parte alcune produzioni cel-shaded, con una forte personalità visiva che accompagna bene la natura surreale del gioco. La San Francisco anni Settanta, reinterpretata come spazio videoludico instabile, è una scelta che offre al team un terreno fertile: abbastanza riconoscibile da evocare un’epoca e abbastanza deformabile da legittimare soluzioni visive strambe, glitch, architetture manipolabili e una sensazione costante di realtà leggermente sbagliata.
Sul
versante tecnico, il quadro è più misto. Dobbiamo segnalare la presenza di qualche
bug e crash anche se non sono tanto gravi da compromettere l’esperienza. Questo è un punto che pesa, perché in un puzzle game già esposto a momenti di trial and error, anche piccole instabilità possono amplificare la frustrazione, soprattutto quando interrompono il flusso di sperimentazione o minano la fiducia del giocatore nella coerenza del sistema. Non siamo davanti a un
disastro tecnico, ma nemmeno a un titolo rifinito con la lucidità impeccabile che avrebbe meritato la sua intuizione centrale.
C’è poi il capitolo audio, dove il giudizio appare discreto ma non esaltante. Il
doppiaggio inglese è buono, un elemento importante per un gioco che vuole mantenere una dimensione narrativa presente e che affida parecchio alla credibilità del proprio mondo e dei suoi personaggi. Più tiepido il riscontro sulla colonna sonora che non riesce sempre a restituire pienamente le vibrazioni anni Settanta che ci si sarebbe aspettati da un’ambientazione così caratterizzata. È un’osservazione significativa, perché proprio il sonoro avrebbe potuto essere il collante perfetto tra epoca storica, atmosfera urbana e immaginario meta-ludico, mentre sembra restare un passo indietro rispetto a ciò che il concept lasciava sperare.