Hey Topol... a no, non sei tu!
Ci sono giochi che cercano di conquistarci con la quantità, altri che puntano tutto su una formula ormai rodata, e poi ci sono produzioni come
Mouse: P.I. For Hire, capaci di attirare subito la nostra attenzione grazie a un’identità fuori dal comune e a una visione che, già dalle prime immagini, promette qualcosa di diverso dal solito sparatutto in prima persona. Il mix tra estetica da
cartoon anni Trenta, atmosfere noir e impostazione da boomer shooter ha il pregio di essere immediatamente riconoscibile, ma anche il rischio di trasformarsi in una semplice trovata visiva buona per stupire al primo impatto e meno efficace quando arriva il momento di reggere il peso di un’intera avventura. Proprio per questo ci siamo avvicinati al titolo con curiosità, ma anche con quella prudenza che riserviamo ai giochi nati da concept fortissimi e chiamati poi a dimostrare di avere sostanza, ritmo e personalità una volta pad alla mano. Seguiteci nella nostra recensione di
Mouse: P.I. For Hire per PC (giocato su Steam Deck).
La trama di MOUSE: P.I. For Hire
La
trama di MOUSE: P.I. For Hire ci mette nei panni di
Jack Pepper, investigatore privato, ex eroe di guerra ed ex poliziotto, figura che incarna in maniera molto lineare ma efficace l’archetipo del detective disilluso che continua a muoversi in una città ormai divorata dalla corruzione. È una scelta quasi programmatica: invece di cercare una rilettura sofisticata del noir, il gioco preferisce lavorare con elementi familiari e farli convivere con il suo immaginario cartoon, costruendo un protagonista che sia insieme credibile nel ruolo e adatto al tono generale dell’opera. La sua indagine parte da un caso apparentemente circoscritto, una persona scomparsa, e progressivamente si allarga in una rete di rapimenti, omicidi e collusioni politiche, con una cospirazione che si estende ben oltre il singolo incarico iniziale. Non è una premessa rivoluzionaria, e proprio per questo funziona: Mouse non perde tempo a complicarsi la vita con colpi di scena fini a sé stessi, ma preferisce alimentare la sensazione di addentrarsi sempre più in profondità in un sistema marcio.
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Quello che ci ha convinti di più nella
scrittura è il modo in cui il gioco prova a fondere due anime che avrebbero potuto respingersi: da una parte l’azione serrata del boomer shooter, dall’altra la lentezza potenziale di un racconto investigativo. Il matrimonio tra queste componenti non è però sempre perfetto e che, in certi frangenti, il worldbuilding resta più abbozzato di quanto l’estetica farebbe sperare, con segmenti narrativi che non hanno tutti lo stesso peso specifico. Eppure l’insieme regge perché il tono rimane coerente: l’aria da poliziesco pulp, le atmosfere hard-boiled e il contrasto costante tra la violenza delle situazioni e l’aspetto “innocente” dei personaggi creano una tensione peculiare, che tiene viva la curiosità senza bisogno di svelare troppo né di strafare (
e questo, in un gioco che rischiava di essere divorato dal proprio concept, è un merito enorme, ndr.). La trama non cerca il realismo psicologico, cerca il ritmo e l’atmosfera, e spesso li trova.
C’è poi un altro aspetto che merita attenzione: la
campagna ha una durata importante per il tipo di esperienza proposta. Per arrivare ai titoli di coda servono circa quindici ore per la storia principale, con la possibilità di superare le venti andando a ripulire ogni angolo e inseguendo collezionabili e segreti. È una longevità che offre valore e consistenza, ma che porta con sé anche un piccolo prezzo da pagare, perché alcuni livelli risultano più dilatati e meno necessari sul piano narrativo. Noi leggiamo questa scelta come il segnale di un team che ha voluto dare ampiezza al proprio universo, anche a costo di perdere un po’ di compattezza lungo il cammino. L’effetto finale è quello di una storia piacevole da seguire, ben incastonata nel genere di riferimento e abbastanza robusta da sostenere il gioco senza mai diventare il suo vero limite.
MOUSE: P.I. For Hire ha interfaccia e sottotitoli in italiano, mentre il doppiaggio è in inglese.
Il gameplay di MOUSE: P.I. For Hire
Passando al
gameplay, il primo elemento da chiarire è che
Mouse: P.I. For Hire appartiene con convinzione alla scuola dei boomer shooter. Niente coperture dominanti, niente automatismi moderni pensati per rendere tutto più statico e prevedibile: qui il movimento conta molto, il posizionamento conta molto, e la sopravvivenza dipende dalla capacità di leggere gli spazi, schivare, saltare, rilanciarsi e continuare a fare pressione sui nemici. Le armi da fuoco classiche, reinterpretate in chiave
cartoon, si affiancano a esplosivi, potenziamenti consumabili e strumenti che spingono a mantenere sempre alta la velocità dell’azione. È una formula conosciuta, certo, ma la risposta ai comandi e la cadenza degli scontri non sono affatto scontati, qui ci troviamo di fronte ad un gunplay solido e divertente anche senza particolari rivoluzioni.
Più andiamo avanti nell’indagine di Jack Pepper, più Mouse: P.I. For Hire ci fa capire che dietro il suo stile irresistibile non c’è soltanto un colpo d’occhio vincente, ma la volontà concreta di costruire uno sparatutto con una sua anima precisa, fatta di ritmo, atmosfera e carattere (e non è affatto poco, ndr.).
La
mobilità è uno degli
assi centrali dell’esperienza. Doppio salto, dash, scivolata, hovering tramite coda, corsa sui muri e rampino disegnano un set di strumenti che rende Jack Pepper molto più agile di quanto il suo ruolo di detective hard-boiled farebbe immaginare. Questa scelta ha un duplice effetto: da un lato amplifica il piacere immediato del combattimento, perché ogni arena diventa un piccolo circuito da interpretare con creatività; dall’altro spinge il level design a costruire percorsi, scorciatoie, segreti e deviazioni che non si limitano alla sola sparatoria frontale. Il gioco sembra cercare un equilibrio tra esplorazione, platforming e combattimento, e quando questi tre elementi entrano davvero in risonanza il risultato è brillante, perché ci costringe a giocare con il corpo del personaggio oltre che con l’arsenale.
Il
level design, in effetti, è uno degli aspetti più discussi in positivo. Oltre ai combattimenti, troviamo segreti da scovare, muri fragili da far saltare, giornali, denaro, schemi di potenziamento, carte collezionabili e casseforti da aprire con la coda usata come grimaldello, una soluzione che rafforza il legame tra identità del personaggio e interazione con l’ambiente. La struttura di alcuni percorsi e la presenza di abilità sbloccabili ispirate a logiche quasi metroidvania contribuiscono a dare al mondo un minimo di verticalità e di ritorno ragionato, anche se senza trasformare il gioco in qualcosa di radicalmente diverso dal suo nucleo FPS. Ciò che conta davvero è che la scoperta abbia un peso pratico e non sia soltanto un riempitivo, e sotto questo profilo Mouse sembra sapere bene come premiare la curiosità del giocatore.
L'arte e la tecnica di MOUSE: P.I. For Hire
Arriviamo così a parlare di
direzione artistica, il campo in cui
Mouse: P.I. For Hire gioca probabilmente la sua carta più forte. La direzione artistica è il motivo per cui il gioco ci ha fatto voltare la testa la prima volta, ed è anche il motivo per cui riesce a rimanere impresso dopo i titoli di coda. Le animazioni in bianco e nero disegnate a mano, fotogramma per fotogramma, lo stile rubber hose ispirato ai cartoni degli anni Trenta e l’incrocio con l’immaginario noir non si limitano a creare una confezione attraente: definiscono il ritmo visivo del gioco, il modo in cui leggiamo i nemici, gli ambienti e persino la violenza delle sparatorie. L’estetica è centrata, coerente e di rara precisione:
Mouse non assomiglia a nessun altro FPS del momento in maniera così netta.
Sul piano tecnico puro, non possiamo che dire di essere davvero soddisfatti. Le nostre partite su Steam Deck sono risultate super convincenti da questo punto di vista, capace di girare bene e con fluidità anche quando l’azione si fa più frenetica, pur con la presenza occasionale di piccoli bug, glitch o qualche singhiozzo sporadico. Questo equilibrio è importante, perché uno sparatutto costruito sul movimento continuo e sulla precisione non può permettersi grossi inciampi nella risposta tecnica. Mouse sembra riuscire a evitare i problemi più gravi, offrendo una base sufficientemente solida su cui far emergere il resto delle sue qualità.
L’
audio, infine, è il terzo pilastro del pacchetto e forse quello che completa davvero la magia del progetto. La presenza di una colonna sonora originale jazz, con orchestra big band, non è un semplice abbellimento tematico: è il tessuto connettivo che tiene insieme il noir, l’azione e il richiamo all’animazione classica. La
componente sonora contribuisce all’identità del gioco e alla sua capacità di trasportarci in un mondo che sembra appartenere a un’altra epoca. Anche quando il gameplay si appoggia a meccaniche note, la combinazione tra musica, effetti sonori, dialoghi e ritmo degli scontri dona all’esperienza un carattere molto più marcato della media.