Oggi parlaimo di Gambonanza, un titolo che prende gli scacchi, li smonta, li ricompone con una mentalità da roguelike e ci mette davanti a un’esperienza che sa essere immediata, leggibile e sorprendentemente piena di sfumature. Non cerca di imitare il fascino austero del gioco da tavolo tradizionale, preferisce inseguire una strada più dinamica, più colorata, più sfacciatamente videoludica, trovando spesso una personalità tutta sua. Nel corso della recensione abbiamo visto come questa intuizione riesca a sostenere un impianto strategico brillante, anche se non sempre rifinito in ogni sua parte. È proprio in questo equilibrio tra idee eccellenti e qualche limite strutturale che Gambonanza trova la sua identità, e anche il motivo per cui vale la pena seguirci fino in fondo in questa analisi. Se volete saperne di più continuate a leggere la nostra recensione di Gambonanza per PC (giocato su Steam Deck).
La trama di Gambonanza
Parlare di trama, nel caso di Gambonanza, significa chiarire fin da subito che non siamo davanti a un roguelike fortemente narrativo o a un’esperienza che punta sulla costruzione di personaggi, dialoghi o colpi di scena. L’ossatura del gioco è quella di un viaggio dentro un mondo di scacchi completamente reimmaginato, più vicino a un luna park strategico che a una cronaca cavalleresca: un luogo dove la regola fondamentale non è dare scacco matto al re, ma ripulire l’intera scacchiera sfruttando sinergie, potenziamenti, gestione della riserva e modificatori sempre più estremi.
Abbiamo incorporato i contenuti di YouTube. Poiché YouTube potrebbe raccogliere dati personali e tracciare il tuo comportamento di visualizzazione, caricheremo il video solo dopo aver acconsentito all'uso dei cookie e tecnologie simili a quelle descritte nella loro Privacy policy
Questa assenza di una vera trama tradizionale, a nostro avviso, non va letta come una mancanza assoluta ma come una precisa scelta di design. Gambonanza costruisce il suo contesto attraverso il sistema, non attraverso una narrazione esplicita: i boss, i minigiochi ispirati a pachinko, slot machine e gachapon, la cornice estetica rétro e la continua riscrittura delle regole degli scacchi definiscono un’identità tematica chiara, quasi carnevalesca, che trasmette l’idea di uno spazio ludico caotico e imprevedibile. In altre parole, invece di raccontarci una storia con parole e scene, il gioco preferisce suggerirci un universo attraverso la struttura della partita, con un tono ironico e sopra le righe che resta coerente dall’inizio alla fine (una soluzione che può piacere molto a chi ama i giochi “di sistema”, ndr.).
Quello che resta è quindi una “trama funzionale”, cioè un contenitore leggero pensato per sostenere il ritmo di una run dopo l’altra. Non c’è un impianto narrativo ricco di lore o un arco drammatico da seguire passo dopo passo; c’è piuttosto un contesto abbastanza definito da dare senso alle meccaniche e abbastanza leggero da non rallentare mai l’azione strategica. Per noi questo significa che il valore della componente narrativa va giudicato con il metro giusto: non quello del racconto strutturato, ma quello della coerenza d’atmosfera, della capacità evocativa e dell’efficacia con cui il gioco trasforma un concept astratto in un mondo riconoscibile.
Il gameplay di Gambonanza
È nel gameplay che Gambonanza si gioca davvero tutto, ed è anche qui che capiamo se l’idea “scacchi più roguelike” regge oltre l’ottimo colpo d’occhio iniziale. La risposta, per noi, è sì: regge, e in più di un’occasione sa anche entusiasmare, perché prende la chiarezza leggibile degli scacchi e la riversa in una struttura fatta di scelte a breve e lungo termine, dove ogni turno pesa e ogni ricompensa può cambiare radicalmente il senso di una run. Il gioco ci chiede di catturare tutti i pezzi avversari, non solo il re, e inserisce una pressione costante attraverso il deterioramento della scacchiera se sprechiamo troppe mosse, un accorgimento che impedisce il gioco attendista e costringe a cercare linee aggressive, efficienti e adattabili.
Gambonanza convince quando lascia esplodere tutta la forza del suo concept, unendo strategia, creatività e ritmo, ma mostra anche limiti evidenti quando bilanciamento e intelligenza artificiale non riescono a restare all’altezza delle sue idee migliori.
Questa semplice variazione di obiettivo produce effetti enormi sul ritmo. Negli scacchi tradizionali possiamo ragionare in termini di posizione, sviluppo e vantaggio graduale; in Gambonanza dobbiamo invece immaginare ogni posizione come una micro-sfida da ottimizzare, con l’idea che eliminare rapidamente i pezzi nemici, preservare i nostri e sfruttare i potenziamenti disponibili sia più importante della sola “bellezza” della mossa. È un cambio di mentalità riuscito, perché non banalizza il materiale di partenza ma lo reindirizza verso un lessico nuovo, molto più vicino alla build e alla resource management.
Il cuore della progressione è rappresentato dai Gambits cioè modificatori che alterano regole, proprietà dei pezzi e possibili sinergie della run. Qui Gambonanza mostra la sua faccia migliore: scegliere un effetto, combinarlo con un upgrade del tabellone, capire quali pezzi valorizzare e quando far entrare in scena quelli conservati nella riserva produce quella tipica scarica di soddisfazione dei roguelike più riusciti, quella sensazione per cui stiamo “rompendo” il gioco usando gli strumenti che il gioco stesso ci ha consegnato (ed è sempre una sensazione bellissima, ndr.).
L'arte e la tecnica di Gambonanza
Sul piano artistico, Gambonanza sceglie una direzione fortemente caratterizzata e perfettamente coerente con il suo concept. L'estetica è dichiaratamente rétro con una pixel art vivace e filtro CRT nostalgico, il tutto pensato per evocare l’energia giocosa di una fiera o di un luna park. È una scelta che funziona perché non resta superficiale: il gioco non si limita a “sembrare vintage”, ma costruisce una cornice audiovisiva che dialoga con la sua idea di scacchi deviati, colorati, quasi da sala giochi tattica.
Dal punto di vista tecnico, il quadro è quello di una produzione leggera ma moderna nelle feature essenziali. Gambonanza è un titolo accessibile e poco esigente dal lato hardware. Per un gioco di questo tipo è una notizia positiva, perché amplia molto il bacino potenziale e rende semplice inserirlo anche in una libreria “da partita veloce” senza preoccupazioni tecniche.
La componente audio di Gambonanza non è certamente il fulcro su cui ruota tutto il titolo, fa bene il suo dovere di accompagnamento ma non stupisce ne delude.
Gambonanza ci lascia la sensazione di aver giocato qualcosa che non assomiglia davvero a molto altro nel panorama strategico attuale. È un titolo che funziona soprattutto quando abbraccia senza paura la sua natura ibrida, trasformando la logica degli scacchi in un campo di sperimentazione dove ogni run può regalarci intuizioni, errori clamorosi, recuperi in extremis e combinazioni capaci di cambiare il volto di una partita in pochi turni. Non tutto gira con la precisione che vorremmo, perché alcuni aspetti del bilanciamento e del comportamento avversario tolgono lucidità a un impianto che, nelle intenzioni, sarebbe vicino all’eccellenza. Resta comunque un gioco con carattere, idee e una riconoscibilità rara, uno di quelli che ricordiamo più per ciò che prova a fare che per i suoi inciampi. Per noi è un’esperienza consigliata a chi ama la strategia quando osa, sperimenta e si sporca le mani con soluzioni fuori dagli schemi.