Dogpile è il primo titolo con cui inauguriamo questo 2026, e non potevamo cominciare l’anno in modo più bizzarro e, allo stesso tempo, sorprendentemente appagante. In un panorama PC dominato da roguelike, deckbuilder e puzzle game sempre più sofisticati, l’idea di un cortile pieno di cani da far crescere a forza di fusioni sembra quasi una gag, il classico progetto “strano” destinato a un pubblico di nicchia. Dopo qualche ora, però, ci si rende conto che dietro ai musetti adorabili e alle palette coloratissime si nasconde un sistema di gioco pensato con grande cura, capace di parlare sia a chi cerca il titolo “da una run veloce dopo cena” sia a chi ama studiare sinergie, build e combinazioni al limite dell’assurdo. Come redazione ci è sembrato il modo perfetto per aprire l’anno: qualcosa di fresco, immediato, ma con abbastanza profondità da far discutere a lungo nei prossimi mesi (e sì, abbiamo già iniziato a confrontare le nostre build preferite, ndr.). Per questo abbiamo deciso di aprire il 2026 proprio con il profumo (virtuale) di pelo bagnato e ossa da collezionare: seguici nella nostra recensione di Dogpile per PC (giocato su Steam Deck).
La trama di Dogpile
Sul piano strettamente narrativo, Dogpile non punta a raccontare una storia epica con colpi di scena, missioni principali e personaggi dal background definito; l’obiettivo degli sviluppatori è chiaramente quello di costruire un contesto leggero che giustifichi il loop di gioco, evitando di appesantire l’esperienza. Siamo davanti a un titolo che fa dell’immediatezza il suo mantra, per cui la “trama” si regge su stringhe di testo, brevi descrizioni e un’atmosfera che ci trasmette l’idea di un mondo in cui l’intera economia gira intorno ai cani e alle loro bizzarre caratteristiche. Se ci aspettiamo un canovaccio tradizionale rimarremo spiazzati, mentre chi cerca un universo coerente, fatto di piccoli dettagli e di un umorismo surreale, troverà un contesto sorprendentemente curato nonostante la scelta di rimanere sullo sfondo. Dogpile non risulta, allo stato attuale, localizzato in italiano e l’interfaccia rimane in inglese, fattore che può pesare per chi non ha dimestichezza con la lingua.
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La vera “narrazione” di Dogpile emerge attraverso il bestiario di cani e tratti che andiamo a sbloccare run dopo run, come se fossero brevi vignette su questo universo canino fuori di testa. Ogni razza, ogni carta e ogni Dog Tag sono accompagnati da nomi e descrizioni che giocano su giochi di parole, caratteri esagerati e piccole allusioni, dando vita a un racconto frammentato che scopriamo attraverso il gioco e non tramite scene lineari o dialoghi estesi. Anche la progressione stessa sembra costruita per raccontare la nostra crescita da “novellini che buttano cani a caso nel cortile” a strateghi ossessionati da sinergie e trait, un’evoluzione che viene specchiata nel tono dei testi, che ci spingono a sperimentare e a non prenderci mai troppo sul serio.
È interessante come Dogpile scelga di non avere un vero endpoint narrativo definitivo, ma piuttosto una serie di obiettivi, modalità e sfide che ci raccontano il mondo in termini di “esperienze” più che di “storia”. Ci sono modalità più snelle che funzionano come versione “distillata” della fantasia di Dogpile, altre che complicano le regole e ci fanno sentire come se avessimo scalato una sorta di “lega professionistica” del merging canino, con richieste e penalità che dipingono indirettamente un ecosistema competitivo. Il risultato è una narrativa emergente, fatta di run ricordabili, improbabili combinazioni di tratti che hanno ribaltato partite e momenti di puro caos in cui il cortile si trasforma in una tempesta di cani che racconta, senza bisogno di testo, la follia intrinseca del mondo di gioco.
Il gameplay di Dogpile
Se la trama è più cornice che protagonista, il gameplay di Dogpile è il fulcro che tiene tutto in piedi, grazie a un intreccio ben calibrato tra fisica, gestione del mazzo e progressione roguelike. La base è il sistema di merging: ogni cane ha un numero che rappresenta il suo “livello”, e quando due cani dello stesso livello si toccano, ne nasce uno più grande, in una catena che ricorda i puzzle game cumulativi, ma con l’aggiunta di una fisica volutamente esagerata che trasforma ogni caduta in un potenziale domino. A ogni fusione otteniamo ossa, che rappresentano uno degli obiettivi di run, e denaro, che diventa la valuta con cui modificare mazzo e abilità tra una mano e l’altra, generando quella sensazione di miglioramento costante che è il marchio di fabbrica dei roguelike più riusciti.
La varietà delle modalità contribuisce in modo significativo alla longevità: oltre alla modalità principale, che punta a un target di ossa e a una progressione più strutturata, troviamo varianti che riducono o espandono la complessità, offrendo esperienze più rilassate o più punitive a seconda dell’umore del momento.
La componente deckbuilding entra in gioco quando iniziamo a modificare il set di cani che possiamo pescare, aggiungendo nuove carte, rimuovendo quelle indesiderate e soprattutto applicando tratti che cambiano in maniera drastica il modo in cui i nostri amici a quattro zampe si comportano nel cortile. Alcuni tratti sono chiaramente benefici e spingono verso sinergie particolari, come la capacità di attirare altri cani simili o di garantire ossa extra, mentre altri introducono rischi e handicap che rendono l’ottimizzazione più complessa, costringendoci a ponderare ogni upgrade. La gestione del mazzo ricorda da vicino altri deckbuilder moderni: filtrare le carte e curvare il mazzo verso un certo tipo di build è fondamentale per controllare la variabilità e non ritrovarsi a combattere più contro la fortuna che contro le nostre stesse scelte.
A questa struttura si aggiunge il sistema di Dog Tag e carte “allenatore”, veri e propri modificatori globali o strumenti tattici che possono ribaltare l’andamento di una run. I Dog Tag agiscono come piccoli mutatori per le regole: possono aumentare le ricompense, alterare la gravità, capovolgere il cortile a ogni rimescolata del mazzo o introdurre nuove interazioni tra tratti, dando vita a combinazioni che spesso hanno il sapore del “build rotto” capace di far esplodere punteggi e ossa. Le carte allenatore, invece, offrono interventi diretti sul campo di gioco, permettendo di convertire cani, rimuovere debuff, applicare tratti ad hoc o ripulire situazioni diventate ingestibili, con un feeling vicino alle carte tattiche nei deckbuilder più tradizionali. Qui Dogpile riesce a trovare un equilibrio importante: le opzioni non sono così tante da risultare opprimenti, ma abbastanza da farci avere sempre la sensazione di avere strumenti per influenzare davvero l’esito della run.
L'arte e la tecnica di Dogpile
Sul fronte estetico, Dogpile punta su una direzione artistica coloratissima e dall’aria immediatamente riconoscibile, che valorizza al massimo il concept dei cani sempre più grandi. Ogni razza, ogni taglia e ogni tratto sono disegnati con un tratto morbido e una palette vivace, costruendo un bestiario che è una festa per gli occhi, pieno di espressioni buffe, proporzioni esagerate e dettagli pensati per comunicare immediatamente il carattere di ogni cane. Lo stile generale mescola un’estetica quasi da cartone animato domenicale con una pulizia tipica delle interfacce moderne, creando un’identità visiva che riesce a risultare familiare e allo stesso tempo distintiva, un aspetto spesso citato come punto di forza del titolo.
Sul piano tecnico, Dogpile si comporta bene sulla maggior parte delle configurazioni moderne, con requisiti di sistema molto contenuti e performance solide anche nei momenti più congestionati del cortile. L’ottimizzazione generale appare buona, e considerato il tipo di gioco e la complessità relativamente contenuta della scena, le aspettative vengono rispettate senza problemi, con tempi di caricamento rapidi e una stabilità che regge bene anche sessioni lunghe e ripetute. Possiamo dire che Dogpile è un titolo perfetto da godersi su Steam Deck.
Il comparto audio completa il quadro con una colonna sonora leggera e orecchiabile, che punta a sostenere la concentrazione senza diventare invadente. Le tracce musicali seguono il tono spensierato del gioco, con melodie che accompagnano le fusioni e i rimbalzi dei cani senza rubare la scena, più pensate per fare da tappeto sonoro alle nostre riflessioni strategiche che per imporsi come leitmotiv memorabile. Gli effetti sonori sono invece l’elemento che rimane più impresso: i versi dei cani, i piccoli “clack” delle fusioni, il tintinnio delle ossa raccolte e le reazioni ai Dog Tag contribuiscono a dare una fisicità sonora ad azioni che, altrimenti, rimarrebbero puramente visive, aumentando la soddisfazione di ogni concatenazione riuscita. Nel complesso si tratta di un comparto audio coerente con il resto dell’esperienza, privo di grossi picchi ma solidissimo nel supportare il loop di gioco.
Chiudendo le nostre partite a Dogpile, rimane quella sensazione particolare che solo i puzzle-roguelike davvero riusciti sanno lasciare, una miscela di “avrei potuto fare meglio” e “non vedo l’ora di provare una nuova combinazione” che ci accompagna anche a schermo spento. Nel corso delle nostre run abbiamo imparato ad apprezzare il modo in cui un’idea apparentemente stupida, ammassare cani e farli crescere sempre di più, diventa il pretesto per un sistema profondo, rifinito e sorprendentemente elegante, anche quando il caos sembra regnare nel cortile digitale. Certo, restano alcuni limiti: l’assenza della lingua italiana, qualche sbavatura di bilanciamento e una curva di apprendimento che potrebbe spiazzare chi si ferma alle apparenze, ma nel complesso Dogpile ci è sembrato uno di quei titoli da tenere d’occhio quando si parla di “piccole grandi ossessioni” del 2026. Come primo gioco dell’anno che entra nel nostro radar è riuscito a strappare sorrisi, discussioni accese sulle build e un bel po’ di serate passate a dire “ok, questa è davvero l’ultima run” (sappiamo già che stiamo mentendo, ndr.).