Ci sono ritorni che fanno leva sull’effetto nostalgia e altri che, invece, ci ricordano quanto certi nomi siano rimasti vivi nell’immaginario collettivo anche dopo molti anni. City Hunter appartiene un po’ a entrambe le categorie: da una parte recupera un videogioco legato a un franchise amatissimo, dall’altra ci mette davanti a un’esperienza che porta con sé tutto il peso, il fascino e anche le rigidità di un’altra epoca. Noi ci siamo avvicinati a questo titolo con curiosità sincera, proprio perché non capita spesso di vedere riemergere produzioni così particolari, e il risultato è un viaggio che sa essere interessante già solo per il contesto in cui si inserisce. Se volete saperne di più non dovete far altro che mettervi comodi e seguirci nella recensione di City Hunter per PC.
La trama di City Hunter
La base narrativa di City Hunter, com’era lecito aspettarsi, prende spunto dall’universo creato da Tsukasa Hojo e mette al centro Ryo Saeba, investigatore privato e sweeper impegnato in missioni pericolose, con Kaori Makimura al suo fianco. Il gioco prova a restituire quella miscela fra azione e leggerezza che ha reso celebre la serie, ma lo fa nei limiti di una produzione 16-bit molto compressa, che preferisce organizzare l’avventura in una serie di missioni e situazioni essenziali anziché costruire un racconto articolato o davvero coinvolgente. Ne deriva una trama che funziona soprattutto come cornice, come pretesto per muoversi fra edifici, stanze, nemici e boss, senza mai ambire a una messa in scena capace di reggere il confronto con il carisma del materiale originale.
Abbiamo incorporato i contenuti di YouTube. Poiché YouTube potrebbe raccogliere dati personali e tracciare il tuo comportamento di visualizzazione, caricheremo il video solo dopo aver acconsentito all'uso dei cookie e tecnologie simili a quelle descritte nella loro Privacy policy
Questa impostazione episodica ha un suo perché, gli sviluppatori hanno cercato di dare alla progressione un sapore da “contenitore di episodi”, quasi a evocare la struttura dell’anime. In teoria è un’idea coerente con il DNA di City Hunter; in pratica, però, la trasposizione videoludica non riesce a far emergere davvero il peso dei casi affrontati né a valorizzare i rapporti tra i personaggi con la forza che ci saremmo aspettati da un adattamento di questa licenza. Ryo resta riconoscibile nelle linee generali, Kaori è presente nel quadro complessivo dell’opera, e l’atmosfera da action urbano anni Ottanta si avverte qua e là, ma la narrazione resta asciutta, funzionale e spesso sacrificata sull’altare della semplicità strutturale.
Non ci troviamo, insomma, davanti a un titolo che vive di scrittura o di colpi di scena. City Hunter preferisce affidarsi all’immediatezza del contesto, a un immaginario già noto, a una galleria di situazioni che evocano il franchise più di quanto lo reinterpretino in modo profondo. Per questo la trama va letta nella giusta prospettiva: non come il cuore pulsante dell’esperienza, ma come accompagnamento leggero a un gioco d’azione molto old school, che usa la licenza per dare colore e identità a un impianto ludico altrimenti piuttosto generico. La localizzazione testuale in italiano è presente in questa riedizione moderna, ed è una delle aggiunte più importanti perché abbatte finalmente una barriera che aveva limitato la fruizione occidentale del titolo originale.
Il gameplay di City Hunter
Sul fronte del gameplay, City Hunter si presenta come un action a scorrimento laterale con componenti esplorative leggere, costruito attorno al movimento di Ryo fra piani, scale, porte, stanze e nemici da affrontare con la pistola e con alcune armi aggiuntive ottenibili nel corso dell’avventura. La formula è semplice in modo quasi disarmante: si corre, si salta, si spara, si entra in alcune stanze, si parla con personaggi specifici, si trovano chiavi e oggetti necessari per proseguire, si torna sui propri passi e si arriva infine allo scontro di fine area. Da un lato questa immediatezza rende il gioco leggibile fin dai primi minuti; dall’altro ne mette a nudo quasi subito i limiti, perché la ripetizione delle stesse azioni diventa evidente ben prima dei titoli di coda.
Nel suo equilibrio tra nostalgia e limiti evidenti, City Hunter vive soprattutto di identità e di contesto, più che di vera profondità ludica.
La struttura dei livelli è probabilmente l’elemento più divisivo. Ci si trova ad avere a che fare con un continuo andirivieni fra stanze e piani, con una progressione a volte incostante che può obbligare a ripercorrere sezioni già viste nel caso in cui non si sia interagito con il personaggio giusto o raccolto l’oggetto corretto. È una soluzione che prova a dare un minimo di profondità all’impianto lineare del run and gun, ma che oggi viene percepita soprattutto come una forma di backtracking poco elegante, più capace di rallentare il ritmo che di arricchirlo davvero. Noi l’abbiamo vissuta come una meccanica figlia del suo tempo: non abbastanza raffinata per risultare stimolante, ma neppure del tutto priva di fascino per chi ama l’arcaismo dei vecchi action domestici.
Il combat system, a sua volta, non cerca complessità. Ryo usa prevalentemente la pistola e può poi accedere a strumenti più potenti come il bazooka per fronteggiare nemici più resistenti e boss. Le sparatorie sono rapide, elementari, più basate sul posizionamento che su una vera padronanza tecnica, e non costruiscono mai quella sensazione di crescita o evoluzione che oggi ci aspetteremmo anche da un action breve. Il risultato è un gameplay che si lascia giocare, soprattutto in sessioni corte, ma che raramente sorprende o cambia marcia in modo significativo.
L'arte e la tecnica di City Hunter
La direzione artistica resta uno dei motivi principali per cui City Hunter conserva una certa attrattiva ancora oggi. Pur senza toccare vette spettacolari, il gioco riesce a evocare un immaginario urbano coerente con la serie, e come l’introduzione con tratto pixeloso e fumettoso riesca a creare aspettative e atmosfera in modo efficace. Gli sprite di Ryo e degli altri elementi su schermo sono ben definiti e fedeli all’originale, mentre gli sfondi, pur piacevoli, non brillano per varietà. Noi abbiamo ritrovato proprio questa sensazione: un’estetica che ha identità, che sa da dove viene, ma che si ferma abbastanza presto prima di lasciare davvero il segno.
La resa visiva è in gran parte quella di un titolo 2D del 1990, e sarebbe sbagliato chiedergli ciò che non ha mai promesso. In questa riedizione non c’è una ricostruzione totale, non c’è un remake nel senso moderno del termine, e il prodotto è sostanzialmente lo stesso gioco, più vicino a una ripubblicazione arricchita che a una rifondazione completa. Questo significa che la direzione artistica conserva il suo sapore storico senza essere filtrata da interventi invasivi, ed è una notizia positiva per chi cerca autenticità. Al tempo stesso, chi sperava in una rilettura visiva più ambiziosa potrebbe avvertire una certa distanza fra il fascino del marchio City Hunter e la modestia complessiva della messa in scena ludica.
L’audio, infine, è probabilmente il reparto che esce con la testa più alta. Più di una fonte parla bene della colonna sonora, definendola azzeccata, superba o comunque capace di dare spinta e carattere all’esperienza. Anche il fatto che il menu principale e i contenuti bonus valorizzino le musiche con un lettore dedicato suggerisce che gli autori della riedizione siano consapevoli del loro valore all’interno del prodotto. Noi condividiamo questa impressione: l’audio non salva da solo i limiti strutturali del gameplay, ma contribuisce in modo decisivo a creare quel tono da anime d’azione d’altri tempi che rende City Hunter più simpatico e più riconoscibile di quanto il suo impianto ludico, preso isolatamente, lascerebbe intendere.
Alla fine della corsa, City Hunter resta un prodotto che va giudicato con misura, senza aspettative fuori fuoco e senza indulgenza gratuita. Noi ci siamo trovati davanti a un titolo che non fa della profondità il suo punto di forza, ma che conserva un’identità precisa e un valore evidente per chi ama il retrogaming e l’universo di Ryo Saeba. È un recupero che funziona soprattutto come riscoperta, come piccolo tassello storico riportato alla luce, e proprio per questo riesce comunque a ritagliarsi uno spazio, pur senza trasformarsi in qualcosa di davvero imperdibile.