Cairn è uno di quei titoli che ci fanno venir voglia di tirare fuori il plaid, spegnere le notifiche del telefono e tuffarci in un’esperienza che non ha paura di chiedere molto al giocatore, in termini di pazienza, concentrazione e voglia di mettersi alla prova. Se Jusant aveva già aperto la strada ai “climbing game” più riflessivi e Death Stranding ci aveva insegnato a rispettare ogni passo in montagna, il lavoro di The Game Bakers prende quella sensibilità e la porta su un terreno ancora più fisico, quasi dolorosamente concreto, dove ogni appiglio conta, ogni respiro pesa e ogni metro conquistato è una piccola vittoria personale. Ci troviamo davanti a un survival climber senza compromessi, che non punta sulla spettacolarità fine a sé stessa ma sulla sensazione di essere davvero aggrappati a una parete, ben lontani dai supereroi arrampicatori dei mondi open world più blasonati, e proprio per questo incredibilmente memorabile; seguiteci nella nostra recensione di Cairn per PC (giocato su Steam Deck).
La trama di Cairn
In Cairn impersoniamo Aava, un’alpinista professionista determinata a diventare la prima persona a raggiungere la vetta del Monte Kami, una montagna fittizia ma credibile, raccontata come un colosso mai domato che ha già presentato il conto a tanti che hanno provato a scalarla. Il punto di partenza della trama è apparentemente semplice: un’ossessione personale, un sogno più grande del buon senso, un traguardo che sembra sfidare non solo i limiti del corpo ma quelli della ragionevolezza stessa. Man mano che saliamo, però, ci rendiamo conto che questa non è solo la storia di una conquista sportiva, ma la cronaca di un confronto continuo con i propri fantasmi, con ciò che lasciamo ai piedi della montagna pur di inseguire un obiettivo che non tutti capirebbero; il gioco, in questo, lavora molto di sottrazione, lasciando che il non detto pesi almeno quanto i dialoghi espliciti.
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La scrittura evita lunghi spiegoni e preferisce disseminare indizi lungo il percorso, tra brevi dialoghi, registrazioni audio e frammenti di vita altrui rintracciati tra i resti di altri scalatori che sono passati, o si sono fermati per sempre, sul Kami. Non ci troviamo davanti a un horror tradizionale, eppure la montagna ha qualcosa di opprimente, quasi “ostile” nel senso più umano del termine, perché ogni testimonianza raccolta ci ricorda che la determinazione di arrivare in cima ha un prezzo, spesso salatissimo. Anche le sporadiche presenze di altri personaggi, come la giovane ammiratrice che in alcuni momenti condivide la salita con Aava, non servono a smorzare il senso di solitudine, ma piuttosto a creare un contrappunto interessante tra chi guarda alla cima come a un sogno romantico e chi, come la protagonista, vive quell’obiettivo come un’urgenza quasi dolorosa, carica di nodi irrisolti.
Quello che colpisce è il modo in cui Cairn intreccia il silenzio e le pause della scalata con piccoli frammenti narrativi che non raccontano mai tutto, ma suggeriscono abbastanza da farci riempire i vuoti con la nostra sensibilità. Invece di bombardare di colpi di scena, il gioco preferisce parlare di sacrificio, di costanza e di quell’istinto autodistruttivo che a volte si nasconde sotto la maschera della “dedizione assoluta”, lasciandoci spesso a chiederci quanto sia giusto spingersi oltre, e per chi lo stiamo davvero facendo. L’assenza di antagonisti tradizionali e di grandi eventi spettacolarizzati sposta tutta la tensione sul rapporto tra Aava e la montagna, sulla sua volontà di andare avanti anche quando ogni fibra del corpo suggerirebbe di tornare indietro, con una costruzione emotiva che resta impressa fin oltre i titoli di coda; Cairn è localizzato in italiano, quindi anche i non anglofoni non avranno problemi a comprendere tutto quello che accade a video.
Il gameplay di Cairn
Dal punto di vista del gameplay, Cairn è un survival climber che rifiuta scorciatoie e semplificazioni: la scalata è il cuore pulsante dell’esperienza, e tutto ruota attorno al gesto di arrampicarsi lungo la parete, un appiglio alla volta. Non c’è la libertà “magica” dei giochi dove il personaggio si incolla ai muri come una ventosa, perché qui occorre leggere fisicamente la superficie rocciosa, studiare gli appigli e decidere dove posizionare le quattro estremità del corpo di Aava, gestendo peso, equilibrio e resistenza muscolare. A livello di comandi, ogni arto corrisponde a un input specifico, e questo rende ogni spostamento una piccola coreografia ragionata: scegliere una mano sbagliata o distribuire male il peso significa vedere il corpo tremare, sentire la fatica aumentare e capire che è il momento di ripensare il movimento prima che la caduta diventi inevitabile.
Cairn per PC è uno di quei giochi che ci ricordano quanto il videogioco possa essere, prima ancora che intrattenimento, un’esperienza fisica ed emotiva intensa.
La gestione della fatica si intreccia con le meccaniche di survival in modo coerente, perché oltre al puro atto di arrampicare dobbiamo anche tenere d’occhio bisogni primari come fame e sete, oltre alla qualità e all’integrità dell’equipaggiamento, elementi che influiscono in modo diretto sulla nostra capacità di affrontare i tratti più impegnativi. Non ci troviamo mai con l’interfaccia sovraccarica di barre e indicatori, visto che gli sviluppatori puntano molto sulla lettura del linguaggio del corpo di Aava, sul modo in cui la protagonista sospira, trema, si irrigidisce o commenta a bassa voce quando trova un buon punto di appoggio. Questo approccio aumenta il coinvolgimento, ma comporta anche qualche inevitabile spigolosità: nelle prime ore non è raro faticare a capire esattamente perché un passaggio ci risulta così ostico, e alcuni giocatori potrebbero percepire il sistema come un po’ opaco finché non interiorizzano le sue regole implicite.
Interessante anche la struttura delle vie di salita, perché il Monte Kaminon è un corridoio lineare da seguire in maniera cieca, ma una grande parete da leggere, interpretare e spezzettare in micro-obiettivi personali. Possiamo trovare mappe e indicazioni che suggeriscono una linea “consigliata” o un gradiente di difficoltà, ma la responsabilità finale della rotta resta nelle nostre mani, spingendoci a provare varianti più dirette ma rischiose oppure percorsi più sicuri ma più lunghi, con il costante dubbio se abbiamo scelto davvero il tragitto migliore. A questo si aggiunge la possibilità di cimentarsi in una modalità “Free Solo”, dove Aava affronta la montagna quasi senza protezioni: qui la tensione schizza alle stelle, perché un singolo errore può significare ricominciare da molto in basso, ed è una modalità che non tutti ameranno, ma che rappresenta in pieno lo spirito estremista del gioco; il titolo è pensato per sessioni lunghe, e chiede al giocatore un livello di concentrazione simile a quello di un roguelike punitivo.
L'arte e la tecnica di Cairn
La direzione artistica di Cairn è uno degli elementi che più restano impressi, perché riesce a rendere il Monte Kami un vero e proprio personaggio, senza ricorrere a stravaganze estetiche fuori luogo. Le pareti di roccia non sono solo “texture” da risalire, ma superfici scolpite con attenzione alle venature, alle fratture, ai piccoli spigoli che diventano appigli fondamentali, e l’uso della luce gioca un ruolo chiave nel far percepire il passare delle ore, l’arrivo delle tempeste, i tramonti che tingono la montagna di colori cangianti. È una bellezza che non punta al fotorealismo estremo, ma a una sorta di realismo stilizzato capace di restituire la scala e l’isolamento dell’ambiente, con panorami che, una volta raggiunti certi punti di osservazione, ripagano concretamente la fatica della scalata con scorci da ricordare.
Sul versante tecnico, la versione PC si presenta solida e curata, con un motore che gestisce bene la verticalità estrema degli scenari e la complessità dei modelli di Aava e delle superfici che si arrampica, senza crolli di performance sostanziali su macchine in linea con i requisiti consigliati. La telecamera chiede un minimo di apprendistato, perché spesso dobbiamo ruotarla con pazienza per “leggere” la roccia e individuare il prossimo appiglio, e non mancano situazioni in cui l’inquadratura può risultare un filo scomoda, soprattutto in passaggi molto angusti o sporgenti.
Sul fronte audio, Cairn lavora di sottrazione e atmosfera, scegliendo con cura quando lasciar parlare il vento, il rumore dei chiodi, lo sfregamento delle dita sulla roccia e i sospiri affaticati della protagonista. La colonna sonora entra in scena nei momenti giusti, con brani misurati e poco invadenti che amplificano l’emozione di un passaggio particolarmente rischioso o la calma irreale di un pianoro dopo una sequenza di arrampicata estrema. L’insieme contribuisce a quel mix di serenità e terrore di cui molti parlano quando descrivono il gioco, perché l’assenza di nemici tradizionali non toglie nulla al senso di pericolo: è l’audio, spesso, a ricordarci quanto siamo sospesi nel vuoto, quanto siamo lontani da qualsiasi forma di sicurezza e quanto un singolo errore possa spezzare il fragile equilibrio che abbiamo costruito metro dopo metro.
Cairn per PC è uno di quei giochi che ci ricordano quanto il videogioco possa essere, prima ancora che intrattenimento, un’esperienza fisica ed emotiva intensa, una prova di concentrazione, pazienza e caparbietà che non tutti saranno disposti ad affrontare ma che, per chi ci starà, saprà lasciare un segno profondo. La scalata al Monte Kami ci ha accompagnato per molte ore, costringendoci a imparare a leggere la roccia, ad ascoltare il corpo di Aava, a rispettare il passo lento e ragionato della progressione, fino a trasformare ogni metro conquistato in una piccola storia personale fatta di errori, cadute, ripartenze e momenti in cui abbiamo avuto davvero l’impressione di superare un nostro limite, non solo quello del personaggio. Nel farlo, il titolo costruisce un rapporto intimo tra noi e la montagna, senza filtri superflui, senza distrazioni, senza trucchi per tenerci agganciati se non la pura tensione del movimento e il desiderio di vedere cosa c’è oltre la prossima sporgenza.