Se siete cresciuti con l’ossessione da “un’altra run e poi smetto” di titoli come Overcooked o PlateUp!, il titolo di cui vi parliamo oggi, Abra-Cooking-Dabra desterà sicuramente il vostro interesse. Qui ritroviamo quella stessa energia da cucina in emergenza, solo che al posto di correre in una stanza e afferrare ingredienti, spostiamo carte, incastriamo simboli, creiamo flussi di lavoro e ci illudiamo che basti un minimo di ordine per domare il caos. L’idea è semplice da spiegare e difficile da padroneggiare: clienti con timer, ricette multi-step, strumenti, fornelli, coltelli, impiattamenti, pulizia, approvvigionamento. E tutto esiste come card su un piano di lavoro che, livello dopo livello, diventa un campo di battaglia sempre più affollato. Se siete curiosi di saperne di più seguiteci nella nostra recensione di Abra-Cooking-Dabra per PC (giocato su Steam Deck).
La trama di Abra-Cooking-Dabra
L’incipit narrativo di Abra-Cooking-Dabra ci mette nei panni di uno chef a terra, incastrato in una situazione di “sopravvivenza professionale” che suona tremendamente reale, finché non arriva la svolta: un’email sospetta e, in un attimo, veniamo letteralmente trascinati in un altrove. Da Londra a un Wonderland che non è soltanto un tema grafico, ma un contesto narrativo che giustifica regole assurde, clienti impossibili e un capo che sembra uscito da una filastrocca con il coltello tra i denti. L’obiettivo non è salvare il mondo: è rimettersi in piedi, lavorare, pagare un debito “magico” e rimettere insieme un repertorio di ricette, con una progressione che accompagna la crescita del nostro locale itinerante.
Abbiamo incorporato i contenuti di YouTube. Poiché YouTube potrebbe raccogliere dati personali e tracciare il tuo comportamento di visualizzazione, caricheremo il video solo dopo aver acconsentito all'uso dei cookie e tecnologie simili a quelle descritte nella loro Privacy policy
Il cast è il collante che tiene su la baracca senza rubare spazio al gameplay, e funziona perché non pretende di essere un romanzo. Gli avventori sono creature ispirate a Carroll, tra toves, borogoves, mome raths e altre presenze strambe che entrano, ordinano e pretendono efficienza con lo sguardo di chi non ha mai fatto un servizio in vita sua. In mezzo a loro, spicca il Gatto: una figura costante, loquace, un po’ insopportabile, che ci controlla e ci “aiuta” a modo suo, anche attraverso meccaniche legate allo scambio/vendita di carte non necessarie. È quella presenza che rende ogni giornata una prova di nervi, perché è come avere un supervisore che commenta mentre stai impiattando con le mani che tremano.
La narrazione, nel complesso, resta leggera e non punta sul colpo di scena, e per noi è una scelta sensata: quando un gioco chiede concentrazione e pianificazione, una trama invadente rischierebbe di spezzare ritmo e tensione. Qui invece si lavora per piccoli passi, con un contesto che dà sapore alle missioni e un tono ironico che si incolla bene all’assurdità del setting. Non entriamo nei dettagli perché il gioco si gusta meglio scoprendone i personaggi e le situazioni senza anticipazioni, ma possiamo dire che l’atmosfera “fiabesca e pungente” è costante e coerente. Prima di passare a parlare del gameplay vogliamo ricordarvi che Abra-Cooking-Dabra è localizzato in italiano.
Il gameplay di Abra-Cooking-Dabra
Il cuore di Abra-Cooking-Dabra è una frase che suona innocua e invece è una condanna: “un cooking game a carte”. Ingredienti, utensili, piatti, azioni e perfino alcuni passaggi di lavorazione diventano card che si combinano trascinandole una sull’altra, creando trasformazioni (taglia, grattugia, cuoci, impiatta, condisci) in sequenza. L’effetto è quello di un puzzle in tempo reale: non stiamo semplicemente eseguendo una ricetta, stiamo costruendo una catena di produzione che deve stare in piedi mentre arrivano ordini nuovi. Il paragone con Overcooked ci viene naturale, ma qui la frenesia non nasce dal movimento nello spazio: nasce dal dover gestire un tavolo che si riempie e dal dover ricordare dove abbiamo lasciato ogni cosa.
Chi cerca un gestionale/puzzle culinario fuori dagli schemi è nel posto giusto!
La genialità del sistema è anche la sua crudeltà: l’approvvigionamento non è “prendo una cipolla dallo scaffale”, spesso è “compro pacchetti di carte” con monete e spero di ottenere ciò che mi serve, altrimenti rivendo ciò che non serve e riprovo. Questa scelta crea tensione e strategia, perché ci costringe a pensare in termini di rischio e tempo, ma aggiunge anche frizione: quando un cliente chiede qualcosa e noi dobbiamo aprire pack, controllare icone minuscole e incastrare semine/ingredienti, la sensazione di perdere secondi preziosi è reale. In più, il gioco spinge parecchio sull’uso della pausa per pianificare, e alcuni livelli possono durare molto a lungo proprio perché alterniamo azione e “stop” tattici per non far collassare la cucina.
Il sistema di progressione ci dà obiettivi chiari: completare livelli, ottenere stelle (fino a tre, legate anche al servire tutti i clienti), e investire le ricompense in nuove attrezzature che ampliano le possibilità. Il problema è che, quando puntiamo al perfezionismo, ogni errore pesa: una lavorazione sbagliata, un ingrediente trasformato nel modo sbagliato, un passaggio saltato e l’intero servizio può diventare irrecuperabile, costringendoci a ripetere sezioni molto lunghe se vogliamo il punteggio massimo. A questo si aggiungono boss fight con regole più punitive e “attacchi” che alterano le carte, costringendo a prevenire e a proteggere risorse fondamentali. È un gioco che premia la testa, non solo la velocità, e quando tutto si incastra la soddisfazione è enorme; quando qualcosa va storto, la frustrazione è proporzionale alla complessità.
L'arte e la tecnica di Abra-Cooking-Dabra
Sul piano della direzione artistica, Abra-Cooking-Dabra ci conquista con un Wonderland che non cerca il realismo, punta invece su una vena colorata e caricaturale che rende simpatici anche i momenti più stressanti. Il contrasto tra creature nonsense e cucina britannica “comfort” ha personalità: visivamente capiamo subito cosa stiamo preparando, e allo stesso tempo l’identità dei clienti e del “capo gatto” dà al tutto un tono da fiaba storta, come se ogni servizio fosse una pagina illustrata che prende vita sul tavolo. Questa coerenza tematica non è solo facciata: rende più memorabili i livelli e aiuta a distinguere Abra-Cooking-Dabra dai tanti indie che usano le carte come semplice gimmick.
Dal lato tecnico e dell’interfaccia, il gioco è ambizioso e si vede: la quantità di sistemi che convivono sullo stesso piano di lavoro è impressionante, e quando la partita entra nella sua fase “avanzata” lo schermo può diventare affollato e faticoso da leggere. Alcuni elementi, come la chiarezza di certe icone (specialmente nei pack/booster e nei simboli piccoli), possono creare confusione nei momenti peggiori, proprio quando avremmo bisogno di immediatezza. Inoltre, le impressioni post-lancio parlano di bug iniziali e piccoli problemi (in parte sistemati), cosa che non rovina l’idea di fondo ma può sporcare l’esperienza di chi cerca una corsa fluida e senza intoppi.
Sul fronte audio, il gioco lavora bene nel creare ritmo e pressione: effetti di cucina, feedback sulle azioni e quella sensazione di “timer addosso” che non ti abbandona mai. Non è un comparto pensato per cullarci, è più una colonna sonora funzionale alla tensione, e in questo senso centra l’obiettivo perché amplifica la sensazione di essere in servizio continuo. Alcune impressioni segnalano anche una resa sonora a tratti troppo aggressiva o sbilanciata in volume, e in un gioco così lungo per singolo livello la fatica uditiva può pesare, specialmente in cuffia.
Abra-Cooking-Dabra ci ha lasciato addosso quella strana combinazione di soddisfazione e stanchezza tipica dei giochi che non si limitano a intrattenere, ma ci chiedono presenza, attenzione e una certa disciplina mentale. È un’esperienza che premia chi ama ottimizzare, chi si diverte a costruire flussi di lavoro e chi trova piacere nel migliorarsi livello dopo livello, accettando che la perfezione richieda tentativi e sangue freddo. Non è un titolo per tutti, perché la frustrazione può mordere e il ritmo sa essere spietato, ma per chi cerca un gestionale/puzzle culinario fuori dagli schemi è una di quelle sorprese indie capaci di diventare un piccolo vizio quotidiano. Se ci entriamo con lo spirito giusto, la stregoneria funziona: ci incastra, ci sfida e ci fa venir voglia di “un’ultima partita” anche quando sappiamo benissimo che non sarà l’ultima.